È l’ora dell’acceleratore.
28.01.2024 Archiviato in: blog
Qualche tempo fa, parlando con un conoscente che da poco ha lasciato il suo lavoro con l’Unione Europea, lamentavo il lento progredire di questo nostro grande progetto comune. Il mio interlocutore vedeva le cose da una prospettiva diversa. Dopo duemila anni di divisioni e guerre, i popoli d’Europa hanno finalmente trovato il modo di cooperare nell’interesse collettivo. Il fatto in sé è straordinario e motivo di compiacimento indipendentemente da ogni altra considerazione.
Ieri, ho avuto un’esperienza analoga a proposito di un commento da me fatto sui risultati inadeguati della conferenza sul clima conclusasi lo scorso novembre a Sharm El Sheikh (COP 27). Il mio interlocutore del momento mi ha ricordato come fino a qualche anno fa la questione del cambio climatico fosse trascurata dai media e ignota al pubblico. Ora finalmente se ne parla, e spesso. Ciò è molto incoraggiante e promette bene per il futuro.
Si direbbe che abbiamo a che fare con la sindrome da bicchiere mezzo pieno e bicchiere mezzo vuoto – e non nego di avere una predisposizione mezzo-vuotista. Ma bisogna anche considerare la premessa che accomuna entrambe le mie osservazioni. Che si tratti d’integrazione europea o di lotta al riscaldamento globale, il tempo a disposizione per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi è una variabile che sfugge al nostro controllo.
Gli Stati europei potrebbero anche impiegare altri quindici anni – il periodo intercorso tra il trattato di Maastricht e quello di Lisbona – per superare i rimanenti ostacoli all’integrazione economica e politica. Nel frattempo, però, un’Europa in costruzione rischia di rimanere marginalizzata e asservita agli interessi altrui nella competizione in corso tra superpotenze. C’è chi vede sintomi di questo pericolo in alcuni aspetti dell’attuale crisi ucraina.
Altrettanto, o ancor più, tempo potrebbe occorrere alla comunità internazionale per affrontare adeguatamente la crisi climatica. Ma un progresso troppo lento (tra il 1994, quando è entrata in vigore la Convenzione sul Cambiamento Climatico, e il 2021, l’immissione di CO2 nell’atmosfera è addirittura aumentata da 28.3 a 41 miliardi di tonnellate l’anno) esporrebbe l’intera specie umana a catastrofi senza precedenti. Le prime avvisaglie in tal senso abbondano. I miei interlocutori, e chi la pensa come loro, vedono i processi “da dentro” e apprezzano la strada percorsa considerando il punto di partenza. Ma essi tendono a trascurare il contesto in cui è necessario agire nel momento presente. Una grande sfida della politica è di adeguare la ricerca del consenso tra stati sovrani al passo, a volte frenetico, con cui si evolve il mondo intorno a noi.